lunedì 21 dicembre 2009

In risposta a "Schifani, Pechino"

Lo scorso 17 dicembre l’agenzia giornalistica China Files ha riportato una notizia del titolo Filtri al web: in Cina sospesi domini “.cn” individuali nella quale si divulgava la recente disposizione del CNNIC (China Internet Information Center): sospendere la possibilità dei singoli individui nel registrare domini .cn. Da tale disposizione ne consegue che, scrive China Files, “il dominio cinese potrà essere registrato solo da aziende, obbligate ad allegare una fotocopia che certifichi l’esistenza della loro società e un certificato di identità delle persone”.


Nello stesso articolo China Files riporta che il CNNIC ha inoltre ordinato la sospensione di 775 domini.cn perché utilizzati impropriamente per ospitare siti porno.

Il pezzo si chiude con una riflessione che dovrebbe coinvolgere le recenti vicende del web nostrano. Ci si chiede se la Cina debba essere considerata “passato o futuro” in merito al controllo di Internet considerando l’acceso dibattito che si è sviluppato negli ultimi giorni sull’eventuale nuova regolamentazione della Rete in Italia.


L’invito alla riflessione è stato prontamente raccolto dal Dott. Vittorio Zambardino, che sempre il 17 dicembre pubblica sul blog di Repubblica dal titolo Scene Digitali e da lui curato un post dal titolo Schifani, Pechino.


Oltre a riproporre la notizia di China Files, il dott. Zambardino formula alcune considerazioni sicuramente dal forte impatto mediatico ma degne di essere commentate.


Cioè dalle parti di Pechino, se questa notizia venisse confermata, si preparano a cancellare del tutto la possibilità dell’individuo di esprimersi a titolo personale sulla rete.


Pesa ribadirlo, ma le numerose conquiste ottenute dal cosiddetto Popolo delle Rete nel solo 2009 e spesso descritte su questo blog così come in quello di altri giovani sinologi (vedi Ivan Franceschini e Tommaso Facchin) dimostrano che in Cina l’espressione, sia individuale che collettiva, è quanto mai tangibile nonostante si sviluppi in Rete.


Chi naviga sul Web cinese ha infatti dimostrato negli ultimi anni di saper aggirare limiti, restrizioni e campagne censorie. Non solo, la dinamicità del cosiddetto wangmin ha spesso innescato dibatti, movimenti, azioni, che hanno successivamente trovato riscontro nella vita reale (come nel caso di Deng Yujiao), che hanno messo in luce una spiccata creatività e senso dell’umorismo (come del caso dell’Alpaca), ma che hanno avviato anche un processo che punta al consolidamento di una società civile attenta, coraggiosa e critica (come del caso del Partito del Popolo della Rete).


Pur tralasciando le differenze che sussistono tra Italia e RPC almeno nell’ambito della regolamentazione della Rete e alle corrispettive cornici giuridiche di riferimento, sarebbe opportuno sottolineare un importante aspetto di discordanza: in Italia si parla di un disegno di legge che ad oggi è solamente stato citato da una relazione del ministero dell’Interno Roberto Maroni; mentre in Cina l’azione del CNNIC va inserita nell’ormai nota campagna anti volgarità. A tal proposito va ricordato inoltre che la campagna anti volgarità da oltre un anno si impegna nel limitare i contenuti pornografici presenti sul Web cinese e che ha tra i suoi protagonisti annovera seppur in maniera ufficiosa anche la CCTV che proprio in settimana aveva scoperto e denunciato la CNNIC per l’esistenza di diversi domini personali registrati attraverso procedimenti incompleti e usati per ospitare materiale pornografico.


Per quanto le finalità della campagna anti volgarità sul fronte cinese possano essere facilmente confutate è bene sottolineare che si tratta di situazioni che si sono sviluppate in contesti diversi, che hanno avuto protagonisti diversi e che probabilmente condurranno a delle conclusioni diverse.


Ritornando alla libertà di espressione, colgo l’occasione per segnalare come, già da tempo, alcuni blogger cinesi si servono di domini alternativi (.com, .com, eccetera) al fine di prevenire l’azione censoria degli uffici di Propaganda locali, dei server cinesi e le quasi sempre improvvise disposizione della SARFT. Una notizia del WSJ riporta, inoltre, che la recente scelta del CNNIC di sospendere la possibilità di registrare domini “.cn” ai singoli individui dovrebbe permettere ad alcune aziende di hosting straniere di trarre beneficio. E’ questo il caso di Go Daddy, una società che ospita già alcuni domini di blogger che risiedono in Cina. La possibilità di usare il Web per comunicare in maniera individuale dovrebbe essere preservata anche nel prossimo futuro anche in Cina nonostante le azioni censorie e di monitoraggio sottoposte a delle migliorie quotidiane.


Personalmente sono dell’idea che speculazioni come quelle del dott. Zambardino, non facciano bene a chi si impegna nel difficile compito di descrivere, non senza sacrificio, le evoluzioni che da anni contraddistinguono la Cina contemporanea. L’interesse che sta maturando in Italia nei confronti della RPC, seppur con un imbarazzante ritardo rispetto ad altre realtà europee ben consolidate, necessita di strumenti metodologici opportuni ma soprattutto scevri da luoghi comuni in cui è facile inciampare.

La speranza di questo post, se mai sarà letto dal Dott. Zambardino così come dagli autori di China Files, è che in futuro si possano offrire spunti di riflessione più argomentati ed equilibrati (cui il dott. Zambardino ci ha già abituato), radicati in una più congrua citazione di fonti e disponibili ai commenti, strumenti non sempre presenti sul sito di China Files.


La Rete può aprire nuovi scenari e avviare nuovi dibattiti, consente l’accesso a chiavi di lettura innovativi e fruttuosi, anche nello studio della lingua cinese e della Cina Contemporanea: non sfruttare a pieno una potenzialità così ghiotta sarebbe un peccato sia per chi studia la Cina da anni che per chi vorrebbe solamente saperne qualcosa in più. Imho


Fonti e approfondimenti



2 commenti:

Tommaso ha detto...

Grazie Gianluigi per questo bel post. Avrei voluto spiegare anch'io a Zambardino – persona che stimo – come stanno le cose.
Credo che in questi casi la responsabilità sia soprattuto di chi si propone come divulgatore di "cose cinesi" ma si guarda bene dal deludere le aspettative del lettore medio italiano rispetto alla Cina (che spesso coincidono con le proprie).

Cosa ci si aspetta dalla Cina? Censura, sfruttamento, regime, violazione di diritti umani ecc.. Raccontare la verità (ammesso che la si conosca) rischia di deludere il lettore, di confonderlo, di farlo sentire a disagio. La stampa italiana, quando si parla di Cina, ha orrore della complessità: servono messaggi semplici, chiari e forti. Possibilmente in grado di collegarsi ai tre o quattro luoghi comuni sulla Cina che stanno nelle nostre teste.

L'approfondimento e la completezza d'informazione possono trovare spazio, sì, ma solo a margine e vengono vissuti come elucubrazioni di esperti del settore.

Credo che la sfida stia proprio nel fornire una informazione completa pur rimanendo accessibili anche a chi conosce poco l'argomento. Cosa che tu fai già da tempo.

p.s. Si riesce a segnalare a Zambardino il tuo post?

Gianluigi ha detto...

Ti ringrazio Tommaso, ho solo scritto quello che penso. Proverò quanto prima ad inoltrare il testo al dott. Zambardino.

Ci si sente presto :)