sabato 27 marzo 2010

Su Google.cn


Molto (forse troppo) si è scritto sulla lunga vicenda Google.cn, infatti da martedì scorso la gamma di operazioni offerte dal motore di ricerca Google.cn è stata indirizzata su dei server di Hong Kong. Si tratta indubbiamente di una notizia che ha suscitato un grande scalpore anche perché, in un certo senso, ha anticipato la fine di una diatriba avviatasi prima della stessa apertura di Google Cina nel 2006 e la cui fine era stata prevista per il 10 aprile 2010.


Il primo oscuramento ai danni di Google.com in Cina risale al lontano settembre 2002, e da allora la credibilità del motore di ricerca statunitense è stata minata diverse volte fino al 2009, anno in cui è stato più volte segnalato in una lista nera che includeva siti rei di ospitare materiale pornografico. Lo scorso luglio ha subito una campagna mediatica in cui si metteva in luce quanto il suo operato fosse poco ossequioso delle leggi locali. Infine bisogna registrare i sempre più numerosi attacchi hacker dalle Olimpiadi fino agli ultimi mesi, così come ha riconosciuto lo stesso David Drummond, responsabile degli affari legali dei Big G in un’intervista rilasciata a James Fellows per The Atlantic. E nonostante tanti momenti di difficoltà e incomprensioni con il governo locale, Google.cn è riuscito a realizzare numerosi successi di natura economica.


Storie e vicende già lette in diversi siti.

Ma oltre alle implicazioni di natura economica e di politica internazionale, l’aspetto che credo sia opportuno sottolineare è quello che coinvolge gli stessi utenti cinesi. Scrutando i loro tweet e i loro post, si ha la possibilità di saggiar che tipo di di interesse hanno dimostrato per la vicenda. E’ stato giustamente fatto notare che nell’ultima circostanza il loro coinvolgimento emotivo non sia stato così tangibile come lo scorso gennaio. Questa volta non ci sono state corone di fiori e funerali improvvisati. Eppure, nonostante frasi d’impatto rilasciate da giornalisti nostrani del tipo:


“Vuoi per l'educazione ricevuta in famiglia e a scuola, per pigrizia, o perchè Internet è visto come puro intrattenimento, la gioventù cinese non soffre in realtà la censura e tantomeno prova ad aggirarla”


ho avuto modo di apprezzare analisi lucide, dettagliate e consapevoli di giovani blogger cinesi,come Wenyunchao, i quali denunciano come in realtà non c’è un concreto quadro legislativo che imponga a Google l’autocensura. Allo stesso tempo, pur non confutando l’esistenza del Progetto Scudo d’Oro (comunemente denominato Grande Muraglia di Fuoco), è stato possibile apprezzare le affermazioni di Isaac Mao (tradotte anche in inglese) asserenti che il 90% degli utenti cinesi non si ha nessun interesse sulle sorti di Google; un dato impressionante, certo, ma che non può essere letto nella sua interezza se non considerando il potenziale 10% che potrebbe iniziare ad interrogarsi sui cambiamenti in atto nel web cinese.


Un fenomeno non del tutto nuovo, come ha dimostrato il caso della Diga verde, il passaggio di Xiaonei a Renren e tanti altri episodi cui ha fatto seguito un dibatto on line spesso duro e sarcastico, spesso aperto, come dimostrano gli atteggiamenti di non pochi netizen che non hanno desistito dall’incontrarsi, dal manifestare pubblicamente le proprie opinioni, senza il timore di non poter terminare i propri studi.


A tal proposito va letta e apprezzata la traduzione di Matteo Miavaldi della lettera degli internauti cinesi destinata al governo e a Google (in cui viene denunciata l’assenza di una cornice legislativa definita), espediente da associare ad altre similari manifestazioni di apertura e partecipazione sociale che hanno nel Web il mezzo principe di comunicazione. Si pensi alla lettera anonima di alcuni hacker cinesi in merito alla vicenda della già citata Diga Verde, o alla meglio nota Carta 08 che ha tra suoi firmatari anche Liu Xiaobo, o, per rimanere in tema, alla lettera aperta di Isaac Mao del 2007 e indirizzata proprio ai fondatori di Google.


I livelli d’analisi e le angolazioni per analizzare il fenomeno sono molti ed interessanti. Tralasciando le sempre più tese dichiarazioni ufficiali intercorse tra il governo cinese e Google, credo sia interessante scandagliare il prossimo ruolo di Baidu, sempre più monopolista nel mercato cinese. Questa situazione, secondo una mia personale chiave di lettura potrebbe essere smentita da un investimento più serio e ponderato da parte di Tencent, altro grande attore del Web cinese che nel solo 2009 ha registrato entrate per oltre1,8 miliardi di dollari. Sono meno convinto della rivalutazione di operatori stranieri che, pur ostentando un approccio più aperto nei confronti del Governo (e meno trasparente nei confronti della propria utenza, come dimostrato da Bing), avranno bisogno di tempo e di molti investimenti per raggiungere i risultati finora conseguiti da Google il quale, è bene ricordarlo, non è ancora da considerare totalmente fuori dal mercato, grazie ai margini di resistenza (e, chissà, sviluppo) nel settore della telefonia mobile.


Molto (e forse troppo) si continuerà a scrivere sulle sorti di Google.cn, ma, nel mio piccolo, credo che, oltre a cercare di dar voce agli utenti cinesi, sia necessario mettere in evidenza le incomprensioni che ancora una volta hanno caratterizzato il dialogo tra Pechino e Mountain View (approfondite da Francesco Sisci). Non solo, come già espresso in altre sedi in tempi non sospetti, partendo dagli sviluppi di questo scenario, nulla lascia escludere che nel prossimo futuro Baidu, Tencent e Google possano iniziare a concorrere su altri mercati al di fuori dei confini cinesi, nonostante la Cina, come afferma il noto blogger Keso, abbia perso una grande fonte di creatività e competitività per il proprio Web.


Fonti e approfondimenti


1 commenti:

tom ha detto...

ciao Gigi, bella sintesi della faccenda.. ho tradotto le osservazioni di Wen Yunchao (una parte) che erano sembrate illuminanti anche a me. http://caracina.wordpress.com/2010/03/31/ritiro-google-cina-leggi-cinesi/